Articoli pubblicati in Ottobre, 2008

La Terra è consumata, nel 2030 ce ne serve un’altra

Pubblicato da admin in data Ottobre 30th, 2008

Presentato a Londra il Living Planet Report 2008 sulla salute del pianeta

La domanda sulle risorse del pianeta supera del 30%  la sua capacità rigenerativa

DA CORRIERE.IT>>>
MILANO -
La Terra non sta bene; uomini, animali e piante neanche. Secondo il “Living Planet Report 2008″, “check up” biennale fatto da ricercatori del Wwf e altre organizzazioni scientifiche, presentato a Londra, «entro il 2030 avremo bisogno di due pianeti per soddisfare il fabbisogno dell’umanità di beni e servizi». La domanda globale sulle risorse della Terra supera infatti del 30% la capacità rigenerativa di quest’ultima. Più di tre quarti degli abitanti del pianeta vivono in nazioni che sono debitrici ecologiche, dove cioè i consumi nazionali hanno superato la capacità di risorse naturali del paese. Il rapporto si basa, tra l’altro, sulla misurazione dell’ “impronta ecologica”, un’unità che misura la domanda dell’umanità sulla biosfera, in termini di superficie di terra e mare necessarie sia alla produzione delle risorse che le persone utilizzano, sia all’assorbimento dei materiali di scarto generati.

CORSA CON GLI OCCHI BENDATI - La crescita demografica, e quella dei consumi individuali, hanno fatto sì che negli ultimi 45 anni la domanda dell’umanità sul pianeta sia più che raddoppiata. Ancora nel 1961 quasi tutti i paesi del Mondo possedevano una capacità più che sufficiente a soddisfare la propria esigenze interna. Nel 2005 la situazione è cambiata in modo radicale: molti paesi possono soddisfare i loro bisogni solo importando risorse da altre nazioni e utilizzando l’atmosfera del Pianeta come discarica di anidride carbonica e di altri gas serra.

LA BOLLA AMBIENTALE -
Viviamo al di sopra delle nostre possibilità in una “bolla” ambientale che, a differenza di quella finanziaria, è più difficile da nascondere. Qui non si parla di futures, derivati od opzioni, ma di aria e di acqua, di grano e di riso. «A livello mondiale, durante l’ultimo anno il prezzo dei raccolti ha raggiunto vertici da record - ha scritto James P. Leape, direttore generale di Wwf International - in gran parte a causa dell’aumento della domanda di cibo, mangimi e biocombustibili e della continua diminuzione della risorsa idrica». La natura non accetta carte di credito: chi era povero diventa miserabile, chi aveva poco da mangiare, torna a morire di fame.

USA E CINA CONSUMANO OLTRE IL 40% DELLE RISORSE - Il consumo generale dell’umanità ha superato la biocapacità totale della Terra per la prima volta negli anni 80, e questa tendenza ha continuato a crescere. Ma ovviamente non tutti contribuiscono a questo trend nella stessa misura: Stati Uniti e Cina utilizzano, ciascuno, il 21% della biocapacità del pianeta. Il consumo procapite della Cina è molto più basso di quello registrato negli Usa, ma la popolazione è anche quattro volte superiore. Nei valori pro-capite gli statunitensi mantengono infatti il primato assoluto di grandi “divoratori” del pianeta, richiedendo una media di 9.4 ettari globali, come dire, che ciascun americano vive con le risorse di circa 4.5 pianeti Terra.

L’ITALIA E’ IL QUARTO PAESE AL MONDO PER CONSUMO DI ACQUA - Il nostro paese è al 24esimo posto nella classifica delle maggiori impronte ecologiche sul pianeta, su oltre 180. Non è una buona posizione: significa che consumiamo ben più di quanto le nostre risorse interne ci consentirebbero di fare. Viviamo “in debito”. L’impronta ecologica pro capite dell’Italia è 4,8: significa che ogni italiano consuma risorse tre volte in più del quantitativo che il nostro territorio mette a disposizione. Per quanto riguarda l’impronta idrica, l’Italia si trova al quarto posto nella classifica mondiale riguardante l’impronta idrica del consumo, che costituisce il volume totale di risorse idriche utilizzate per produrre i beni e i servizi consumati dagli abitanti della nazione stessa (questo indicatore è costituito da due componenti e cioè l’impronta idrica interna, che è composta dalla quantità di acqua necessaria per produrre beni e servizi realizzati e consumati internamente al paese, e dall’impronta idrica esterna, che deriva dal consumo delle merci importate e calcola, quindi, l’acqua utilizzata per le produzioni delle merci dal paese esportatore). L’Italia è quindi al 4° posto con un consumo di 2.332 metri cubi pro capite annui (dei quali 1.142 interni e 1.190 esterni). Davanti a noi abbiamo, nell’ordine, solo Usa, Grecia e Malesia.

INVERTIRE LA ROTTA - Se il Living Planet Report 2008 descrive una Terra malata, e abitata da uomini limitati, indica anche coordinate per poter invertire questa rotta, che al momento sembra puntare serenamente verso il naufragio. «Non è troppo tardi per evitare una recessione ecologica - ha osserva James P. Leape - ma bisogna cambiare l’attuale stile di vita e indirizzare le nostre economie verso percorsi più sostenibili». Consumare meno e meglio, soprattutto il nostro mondo “avanzato”, «fermo restando - scrive il rapporto - che lo sviluppo tecnologico continuerà a rivestire un’importanza vitale nell’affrontare la sfida della sostenibilità».

Per Evitare l’usura - Unionfidi

Pubblicato da admin in data Ottobre 28th, 2008

UNIONFIDI S.C. SEDE CENTRALE:
Via Nizza, 262/56 - 10126 TO
Tel: 011 2272411
Fax: 011 2272455

 

Altre sedi Italiane

ALESSANDRIA Via Lombroso 6 - Tel. 0131 68864 - Fax 0131 314017

ASTI Piazza Medici 4 - Tel. 0141 436965 - Fax 0141 594644

BRESCIA P.le Garibaldi 5 - Tel. 030 8360696 - Fax 030 3751065

BRA Via Adolfo Sarti 5 - Tel. 0172 439892 - Fax 0172 430472
BERGAMO V. XX Settembre 63 - Tel. 035 19900074 - Fax 035 240065
BIELLA Via Bertodano 11 - Tel. 015 355139 - Fax 015 2431510

CUNEO Via V. Bersezio 4 - Tel. 0171 693369 - Fax 0171 600434

GENOVA Via Fieschi 10/3 - Tel. 010 8686064 - Fax 010 8685927

MATERA V.XX Settembre 3 - Tel. 0835 332639 - Fax 0835 240110

POTENZA Via Di Giura 1 - Tel. 0971 443624 - Fax 0971 650125
VERBANIA Via Ugo Sironi 5 - Tel. 0323 402446 - Fax 0323 581604
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Sportelli alle imprese:
CASALE M.to - Via Mameli 10 - Tel. 0142 444318-319
IVREA - C.so Nigra 2 - Tel. 0125 424748 - Fax 0125 424389
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Destinatari

PMI ad elevato rischio finanziario secondo l’art.15 della legge n°108/1996, ovvero le imprese cui sia stata rifiutata una domanda di finanziamento assistita da una garanzia pari ad almeno il 50%.

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Oltre al requisito di legge di cui sopra, devono verificarsi almeno una delle seguenti condizioni

eventi straordinari negativi, quali ad esempio:

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  • morte o malattia del titolare dell’impresa, infortuni e calamità naturali occorse, per cui viene improvvisamente meno la capacità di reddito dell’azienda
  • soggetti protestati che hanno fatto fronte al debito
  • imprese in temporanea crisi di liquidità quali, ad esempio, quelle che vengono coinvolte nel fallimento di un cliente o che avanzano nei confronti della Pubblica Amministrazione crediti ingenti non rimborsabili nel breve periodo
  • imprese di recente costituzione per le difficoltà di accesso al credito dovute alla mancanza di “storia aziendale”
  • errata conduzione finanziaria dell’impresa, legata, in particolare, a casi di commistione tra finanza aziendale e finanzia familiare o alla scelta di fonti di finanziamento inadeguate. In entrambi i casi risulta opportuno un piano di ristrutturazione del debito con operazioni a medio/lungo termine, spesso impercorribile per carenza di adeguate garanzie.

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Finalità
Consente di tutelare le PMI con forti criticità finanziare contro i rischi del fenomeno dell’usura.

Importo del finanziamento
L’importo massimo di rischio assumibile è pari a Euro 500.000,00.

Banche convenzionate

·     UNICREDIT BANCA SPA CASSA DI RISPARMIO DI BRA

·     CASSA DI RISPARMIO DI ASTI SANPAOLO IMI SPA

·     BIVERBANCA SPA BANCO DI CREDITO DI P. AZZOAGLIO

·     BANCA POPOLARE DI NOVARA SPA

Costi
Unionfidi Commissioni ordinarie.

Rimborso
Il piano di rimborso varia in funzione della tipologia di operazione.

Garanzia
La garanzia Unionfidi copre fino all’80% dell’importo del finanziamento.

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La Casta dei giornali

Pubblicato da admin in data Ottobre 26th, 2008

La Casta dei giornaliI tagli ai costi della Casta sono nel DNA della Mondadori, di RCS, del Sole 24 Ore e dell’Espresso-La Repubblica. Gruppi di punta del risanamento italico. L’importante, però, è che i tagli non li riguardino. Berlusconi, De Benedetti, la Confindustria e il “salotto buono” di RCS si fanno pagare i costi del telefono, della luce e dei francobolli per le spedizioni. Hanno un’IVA scontata e, se gradiscono, finanziamenti agevolati. Sono contento. I più ricchi imprenditori italiani lo sono un po’ anche per merito nostro. Quando lo psiconano leccherà un francobollo gratis per spedire Panorama e il liberal distruttore della Olivetti non pagherà la bolletta della luce penseranno a noi con affetto sincero.

“Per quello che riguarda i contributi indiretti, solo per le spese telefoniche, elettriche e postali, per la carta (a 495 «imprese editrici di quotidiani, periodici e libri») e per la riqualificazione professionale, lo Stato avrebbe dunque “rimborsato” in un solo anno 450 milioni di euro. Ne hanno beneficiato tutte le aziende editoriali, ma di fatto in misura più consistente i giornali a più alta tiratura.
La FIEG calcolava in 270 milioni, nel 2006, la sola “compensazione” per le agevolazioni postali in abbonamento versata dallo Stato a Poste Italiane S.p.A., attribuendoli nella misura di 100 milioni alle pubblicazioni no profit, di 48 ai quotidiani e di 120 ai periodici. In effetti le agevolazioni postali sono costate 303 milioni nel 2005 e 299 nel 2006, secondo il calcolo ufficializzato nel luglio 2007 dal presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato Antonio Catricalà, rendendo pubblica un’indagine dell’Antitrust sul mercato dell’informazione (quotidiani, periodici, TV, nuovi media, ecc.). 7.124 le testate complessivamente sostenute, compresi il settore no profit (104 milioni) e gli editori di libri (25 milioni).
Circa 80 milioni risultavano assegnati a soli dieci editori: 18 milioni e 887 mila alla Mondadori, 17 milioni e 822 mila al Sole 24 Ore, 13 milioni e 753 mila alla RCS, 6 milioni e 966 mila alla San Paolo, 4 milioni e 689 mila al gruppo Espresso-Repubblica, 3 milioni e 603 mila all’Avvenire, 2 milioni e 996 mila a Conquiste del Lavoro, 2 milioni e 581 mila alla De Agostini, 2 milioni e 536 mila all’Athesia Druck, 2 milioni e 415 mila alla Stampa. All’undicesimo posto la Hachette Rusconi, con 2 milioni e 300 mila.
Più in generale, l’Antitrust rilevava che le agevolazioni postali «non hanno costituito una misura efficace per sviluppare degli abbonamenti e finiscono invece col favorire Poste Italiane, unico soggetto presso cui è possibile ottenere i benefici, ostacolando lo sviluppo di una piena concorrenza nei servizi di recapito» (un po’ quello che per decenni è avvenuto complessivamente per le provvidenze all’editoria gestite dall’Ente Cellulosa e Carta, dalle quali gli unici a guadagnarci erano i produttori di carta).
Questa specifica e ormai costosissima agevolazione fu concepita o solo giustificata per agevolare il superamento dello storico squilibrio italiano fra quotidiani venduti in edicola e quotidiani venduti per abbonamento, a causa della proverbiale lentezza delle nostre Poste regie e repubblicane.

Nel frattempo le Poste sono diventate S.p.A. Ma questa trasformazione societaria e la dispendiosissima “compensazione” statale non hanno sortito alcun effetto. Anzi, a parere dell’Antitrust, hanno concorso a strutturare un altro grosso centro di rendita privilegiata (per quanto S.p.A.), e un impedimento alla creazione d’una logica di mercato e di concorrenza nel settore di cui avrebbero potuto godere i giornali. Oltre ad assicurare una notevole mancata uscita ai grandi gruppi editoriali.
Sono poi soprattutto i grandi gruppi, i grandi giornali e le testate ad alta tiratura a beneficiare del cosiddetto regime speciale “monofase” di applicazione dell’IVA. All’editore, «quale unico soggetto passivo», è consentito di versare un’aliquota agevolata del 4% sulla vendita di libri, quotidiani e periodici, ma tale agevolazione viene estesa ad alcuni prodotti – libri, dvd, videocassette Vhs, giocattoli, ecc. – venduti in allegato alle pubblicazioni. Non esistono dati sulle dimensioni economiche complessive di questo mancato introito per l’erario, né dei danni subiti dagli operatori commerciali di fatto concorrenti non gratificati della stessa agevolazione. Ma se si considera che la tariffa applicata nei normali canali di vendita è del 20% e se si dà solo un’occhiata alle edicole (spesso veri e propri supermarket-librerie-giocattolerie), se ne può ricavare l’idea che si tratti di un privilegio economico, specie per un’editoria popolare dai grandi numeri, di notevole entità.
E non basta. Ci sono da mettere nel conto anche i finanziamenti «per il credito agevolato e il credito d’imposta in relazione agli investimenti fissi di ristrutturazione e ammodernamento della capacità produttiva». Che nel solo 2004, come abbiamo visto, ci sono costati 11 milioni e mezzo.” Beppe Lopez, La Casta dei giornali, ed. Nuovi Equilibri/Stampa Alternativa

Da Beppe Grillo -  La Casta dei giornali >>>>>

Università, il business dei laureati precoci

Pubblicato da admin in data Ottobre 26th, 2008

Sono cresciuti in un anno del 57 per cento. La metà negli atenei di Siena e Chieti

 

Da corriere.it >>>>

Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l’America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l’università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati.

È l’accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell’Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C’è di più: stando al rapporto 2007 sull’università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l’alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme.

Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146˚ posto e Padova al 189˚? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell’ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c’è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l’Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D’Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta.

Numeri alla mano, risulta che dall’ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un’omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol- Myers…), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell’anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all’ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà.

Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l’Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell’amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro.

Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d’esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un’innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all’italiana, devastante.

Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l’autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili.

Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l’offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un’associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c’è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d’oro, siore e siore, occasioni irripetibili».

Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell’argine eretto dal predecessore della Gelmini, c’è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall’anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l’Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell’ambito dell’anno accademico 2006-2007».

Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell’ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l’università telematica legata al Formez, l’ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati.

Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l’unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all’Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l’altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c’era lei l’altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po’ troppo. O no?

La meritocrazia affonda! Bene, bravo ma scelgo un altro!

Pubblicato da admin in data Ottobre 21st, 2008

di Sabina Minardi da l’ Espresso >>

In Italia il merito non viene premiato. Nella scuola. Come pure nella vita professionale. In uno studio la diagnosi impietosa dei 50 migliori laureati italiani

Quell’estate passata sui test di Medicina per finire ammesso alla facoltà di Giurisprudenza. E quella volta che i compagni copiarono e presero per beffa un voto più alto. Il professore che dava 30 e lode a chi per tutto l’anno faceva sì dai primi banchi. E l’esame che era un terno al lotto solo per tenere alta la fama del docente.Non è un paese per bravi. Lo sapevamo, ma ora arriva una nuova conferma. E non da sfaticati cronici inclini alle giustificazioni. Ma dai più bravi di tutti: i 50 migliori neolaureati italiani selezionati dalla scuola di specializzazione Alma Graduate School di Bologna, in occasione del Best 2008 (Bologna Experience for Superior Talents), l’iniziativa che assegna cinque borse di studio ai più talentuosi in assoluto. Ragazzi di 23-24 anni che il merito lo hanno visto riconosciuto e premiato. E che per questo hanno la credibilità necessaria a un resoconto ancora più disincantato.

Il risultato è l’indagine ‘Il merito e le regole’: fotografia di un’eccellenza di giovani, diversi per provenienza e per studi, concordi però sul fatto che il sistema formativo valorizzi poco o per nulla il merito. Che un mix di furbizia e accondiscendenza verso il docente siano più utili dell’effettiva preparazione. E che l’intero sistema dell’istruzione sia poco trasparente.

“Che in Italia il merito non sia un valore di riferimento è cosa nota”, dice Massimo Bergami, docente di Organizzazione aziendale e direttore della Scuola: “Ma la situazione non è così generalizzata: ci sono ambiti nei quali la creatività, il talento, la capacità di innovare trovano il modo di imporsi. Nel sentire comune, tuttavia, il merito è poco valorizzato. Ed è necessario riportarlo al centro dell’attenzione. Servono regole chiare: se sono esplicite sin dall’inizio, fisse, tutto funziona. Ma se non ci sono, o sono troppe, o non trasparenti, è normale che si ricorra alle scorciatoie. Con un senso di ingiustizia per tutti”.

Raccomandazioni, favoritismi, meccanismi baronali nella costruzione delle carriere. La cultura del compromesso si è fatta strada nella società. E ora i ragazzi ne affrontano la convivenza con un gigantesco realismo: contano le raccomandazioni? Decisamente sì per il 58 per cento. Il sapersi arrangiare? Altrettanto: dice l’86 per cento. Obbedire, per fare carriera? Moderatamente per il 28,6 per cento; molto per il 40 per cento; moltissimo per il 14,3 per cento. Nelle aziende sono preferiti criteri di selezione diversi dal merito? Sì, dice il 57 per cento. L’Italia, in generale, è orientata al merito? Per nulla, risponde il 35,7 per cento. Poco, insiste il 45,2.

“Dipende dalle università e dalle facoltà: ma le discriminazioni ci sono, e spesso”, dice Alberto Grimod di Aosta, laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino e tra i 5 premiati: “A me non è mai capitato di viverle, ma mi sento un’eccezione: i ‘figli di’, i raccomandati sono sempre favoriti. Del resto, lo vediamo nel mondo professionale: per perpetuare il potere, chi è al vertice assegna il lavoro senza tenere in gran conto il merito”. L’83,3 per cento degli intervistati sottoscrive: dicendosi d’accordo sul fatto che l’attuale classe dirigente non abbia convenienza ad applicare il criterio del merito. “La meritocrazia non è conveniente”, ribadisce Rita Contini, di Cagliari, laureata in Economia: “Ho visto riconosciuti i miei meriti. Ma ho l’impressione che un’esperienza così positiva non sia tanto frequente”.

Tratto comune, la sensazione di privilegiati, in uno scenario generale di disfunzioni e malcontento. “Ci sono docenti con poca voglia di fare, difficilissimi da cacciare”, racconta Silvia Piovesan, di Castelfranco Veneto, laurea in Economia a Venezia: “In più, i corsi sono troppo brevi per darci il tempo di individuare i più bravi insegnanti, e quelli che potrebbero essere per noi anche dei modelli umani”.

“Io, anzi, ero il più ottimista”, dice Francesco Tarantino, ingegnere informatico di Palermo: “Ma la maggior parte dei miei compagni era demoralizzata. Anche perché copiare nei compiti è un’abitudine diffusa. Si va all’esame tentando la sorte. Ci si presenta con cellulari, libri, fotocopie: al massimo, ti buttano fuori. Ma la punizione finisce lì. E poi è evidente la disomogeneità nei criteri di valutazione da università e università: dai bonus, che in certi casi valgono di più, ai criteri per la lode”.

“È la cultura dell’approccio alla mafia buona”, dice l’ex vicepresidente della Corte costituzionale Fernanda Contri, che ha partecipato alle giornate multidisciplinari del Best: “Un meccanismo contagioso, avvolgente. Con l’aggravante che non c’è atteggiamento negativo verso chi lo pratica. Le regole? Ci sono: a partire dalle garanzie della Costituzione di basi di partenza uguali per tutti. Solo che questi principi sono talmente disconosciuti da apparire privi di significato”.

Lo evidenzia l’indagine: il 70 per cento dice che le regole sono troppe, con troppe deroghe. Dunque, non uguali per tutti. “E non è chiaro come applicarle”, interviene Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss di Roma: “Chi fa le regole non le pratica, anzi le adatta alle sue esigenze. E le progressioni di carriera avvengono in base a considerazioni diverse.

I ragazzi, che vorrebbero essere onestamente valutati perché lo studio è per loro una forma di affermazione sociale, finiscono per nutrire diffidenza”. “Non ho vissuto situazioni di ingiustizia”, dice Maria Scopece, di Foggia, laureata in Scienze politiche: “Ma dall’università mi aspettavo di più. E anche se alla fine i voti sono stati gratificanti, è difficile dirsi davvero valorizzati”.”Non è detto, in effetti, che il criterio dei voti sia il più attendibile”, nota Celli: “Il merito è la differenza tra sapere e non sapere, inventare progetti e realizzarli, ottenere risultati visibili: è la connessione tra quello che dici e ciò che davvero sai fare. L’esperienza insegna che percorsi di studi tormentati danno spesso frutti migliori di carriere limpide”.

Beati saranno quelli che fanno ciò che vogliono? “Me lo chiedo sempre: il vero merito è avere tutti 30 sul libretto o aver finito, a colpi di 18, un percorso di studi che ha appassionato?”, dice Paolo Pintus, laurea in Elettronica a Cagliari: “Ho avuto la fortuna di studiare con docenti giovani, provenienti da tutte le parti d’Italia, con grande voglia di fare. Il dramma è che molti vecchi non danno spazio ai giovani, se non ai nipoti”.

Rassegnati? Non del tutto. Sanno, i nati tra l’83 e l’86, che dovranno contare su se stessi. Che l’asticella delle ambizioni dovrà abbassarsi. Che la crisi economica è un’occasione per ripensare le regole del gioco (”Lo sguardo sulla società è oggi più realistico e responsabile”, dice Bergami: “Gli stessi dirigenti si lamentano della classe dirigente e ne prendono le distanze”). Che un’etica nuova potrebbe imporsi, a partire dai superstipendi: per anni la conferma del prestigio individuale. “Non mi aspetto di guadagnare moltissimo”, dice Michael Grossmann, di Bolzano, laurea in Giurisprudenza a Trento: “Anche perché il merito si nutre di certi valori, non sposa il profitto a tutti i costi”.

È il grande equivoco con il successo, spesso connesso a un’esposizione mediatica che i ragazzi riconoscono slegata dal merito. Il lavoro ideale? Più che uno sicuro, meglio uno interessante. Con buoni rapporti umani. E spazio per il tempo libero. “Bisogna insegnare che le carriere individualiste sono molto pericolose”, dice Celli: “Sottolineare che la capacità di fare gruppo vale molto di più del capitale individuale. E trasmettere l’idea che non si può fare carriera puntando solo su una formazione specialistica, ma sempre di più, in futuro, investendo in fattori ’soft’: cultura, convivialità, estetica”. Il merito riprenderebbe a circolare.

 

 (20 ottobre 2008)

ANATEMA per i politici napoletani.

Pubblicato da admin in data Ottobre 21st, 2008

Vittoria Mariani ci ha inviato uno straordinario scritto: un urlo  di dolore e rabbia che nasce dal  fortissimo legame   affettivo/storico/culturale con la sua bellissima terra napoletana.

 

Ci rendiamo partecipi  della  lotta e della  ribellione verso “alcuni” delinquenti che tengono in “scacco” l’economia di un’intero popolo.

di Vittoria Mariani

Quando l’ebbrezza giovanile mi esaltava ad ogni credo, ad ogni dogma, ogni tanto mi richiudevo nel guscio del mio pensieroso io. E quando l’incedere dei passi stanchi dei vecchi partenopei evocava alla memoria gesta, battaglie e fulgida antica luce di un tempo che fu, allora prepotente in me si risvegliava la voglia di ostentare lo storico passato delle mie genti, il sublime ricordo dei racconti dei nonni che pur tra mille difficoltà ebbero il dono d’avere altra sorte.

Altra sorte! Sì, la sorte di chi con signorilità d’animo e con tanta pazienza, costruiva, nell’intento e nella certezza, l’economia di una città che non ha mai avuto pari per clima, per bellezza, cultura e intelligenza. Allora, io pensavo nel mio cuore “Questa città è benedetta da NOSTRO SIGNORE!”…

Eppoi l’emozione di camminare su quei ciottoli di lava sconnessi dei decumani, un tempo calpestati da milioni di passi, belli, lisci, ancora pieni dell’energia di quei passi, pronti ad ospitare anche le mie orme, respirando l’aria del Maestrale che dolce ci accarezza, ci trasporta nel sogno ad occhi aperti della nostra Civiltà quale beata rigenerazione!

Tutte le volte che socchiudevo gli occhi, visitavo il buio pesto dell’inferno e avevo sempre timore di non poter più vivere questo sogno eterno: il sogno eterno della freschezza della mia città che ogni giorno gratifica chi merita… ed anche e più chi meriti non ne ha.

La spuma che superba s’infrange sulla scogliera al’alba, al mattino, alla sera, al ritmo del sospiro del mondo, persino quando è inverno fa piacere, perché sa di un vento caldo, di una brezza sferzante di piacere! Quando piove, poi, e l’aria rinfresca è come una risata, una vera gioia, tra scrosci e dispettose “ventecate”, il dondolio delle barche e le bordate e pare che la risacca intoni una canzone per questo suo popolo innocente come uno scugnizzo, geneticamente immorale perché libero nonostante le catene di scatenare la fantasia; un popolo di buoni e di mascalzoni, di tenori, baritoni e voci bianche che intonano una canzone che tutti, lungo ogni coordinata, possono ascoltare insieme all’eco del canto delle sirene, che siano figli degni o peccatori del malaffare….

E torno ancora alla giovanile ebbrezza, che palpito, che sogno, quale carezza! E’ la carezza antica della mia città che con la sua aureola, ogni giorno, il sorriso di un saluto mi da. Anche nella solitudine della vita incompresa mi sussurra sempre due parole, mi spinge ad alzare la testa, mi da il suo calore, mi riempie d’amore e so che ho sempre un rifugio sicuro, ermetico, nel profondo di questo mare che raccoglie le mie confidenze.

Saccheggiatori di Napoli, d’ogni specie e tempo, siete condannati alla solitudine dell’animo, perché animo e cuore sono regali degni delle persone che amano la propria terra, che non la umiliano! Assassini d’ogni tempo, morirete anche voi e per voi ci sarà una scia di vomito e di vergogna a sentiero verso l’inferno.

Non passerete mai alla storia, perché la storia si purga delle nefande carogne, ammassi putrescenti dell’illusione del potere dei potenti che usurpano, predano, saccheggiano l’amata terra dei nostri padri.

Questo mare non è per voi e alla fine v’inghiottirà e vomiterà fuori le vostre carogne; questo sole non è per voi e prima o poi brucerà le vostre sporche carcasse; questo vento è per voi e non vi darà sollievo dal fuoco, anzi vi risucchierà, portandovi lontano come la tempesta azzera e distrugge tutto.

Maledetti! Voi non siete degni di questo dono della natura Divina, eppure siete ancora qui ad oltraggiarla! Quando scoccheranno le ultime ore della vostra permanenza sarete chiamati a Giudizio e non dai giudici cui avete legato le mani e cucito la bocca e scoprirete com’è facile perire ad opera di voi stessi, scoprirete che il potere non è mai eterno, che il pugno nel quale stringete i trenta danari non sarà più capace di trattenere che un granello di sabbia e le vostre bocche partoriranno empie disperazioni quando dovrete abbandonare la gerla dei doni di cui non siete mai stati degni!

La mamma degli idioti è sempre incinta.

Pubblicato da admin in data Ottobre 12th, 2008

Nella foto Jeff Corwin

Steve Irwin è  morto a 44 anni. Non ci siamo meravigliati, le sbruffonate del noto documentarista erano celebri tanto che qualcuno avrebbe potuto pensare: era ora.  Noi ci limitiamo a dire che Steve Irwin non ci piaceva!  Non ci piaceva l’approccio con il mondo animale, ma soprattutto, non ci piaceva il messaggio che usciva dai suoi documentari e la sua condotta:  cartoonesca, tronfia, pacchiana,  diseducativa e, soprattutto da parte degli animali tormentati, insopportabile.

 

Purtroppo il suo comportamento privo di ogni etica e rispetto nei confronti degli animali ha fatto scuola, da un po’ di tempo troppi proseliti si affacciano al mondo dei documentari con l’atteggiamento di chi si accinge a partecipare ad una festa in maschera e  tra prove di coraggio e sensazionalismi, imperterriti allestiscono la massacrante sceneggiata del superuomo. “Massacrante”, nel senso che gli animali sono sottoposti loro malgrado ad una massacrante rottura di coglioni.

 

Proprio oggi ho visto un altro idiota, tale Jeff Corwin, sguazzare a bagnomaria in compagnia di una moltitudine di coccodrilli in calore che si stavano facendo gli affari loro, mentre il coglione di turno immerso nella palude fino alle palle, gesticolava indicando questa o quella coppia di coccodrilli nel momento cruciale dell’atto procreativo; in quell’ istante la mia mente rutilante di immagini poco raccomandabili sulla persona di Jeff Corwin, non era meno feroce di una clip di “grattachecca e fichetto”.

 

Ci hanno tolto anche il rispetto per la natura e gli animali, condizioni queste che illudevano noi animalisti, di appartenere alla categoria dei buoni.

 

Che ne sarà dei nostri insegnamenti sul preservare la vita della rana di turno che nostro figlio ha appena catturato affondando letteralmente nella melma del solito stagno ?

 

Dopo aver visionato una molteplicità di documentari che molestano scimmie, leoni, giraffe, volpi, balene, come risponderà, sempre nostro figlio,  dopo avergli riferito dolcemente: ma no caro, rispetta la farfallina e lasciala libera di fluttuare nell’aire ?  Con sguardo inebetito per tale affermazione, incurante ed ignavo con tutta la forza ed a mano aperta centrerà la farfalla e subito dopo vanaglorioso porterà il trofeo alla mamma.

 

No, a noi di melma, gli Steve Irwin, i Jeff Corwin e cloni vari, non ci piacciono ora e non ci piaceranno mai!

 

…e ci dispiace dirlo: noi parteggiamo per gli animali e chi si brucia il culo cavoli suoi.

 

L.N. melma.it

Gomorra in lista per gli oscar del cinema.

Pubblicato da admin in data Ottobre 12th, 2008

Pensate che tristezza sarebbe vincere un oscar per un film, cruento e realistico che descrive la realtà di un’Italia,  soprattutto del mezzogiorno, soffocata e prosciugata da mafia, camorra e n’drangheta.


Nel caso di vittoria si prenda coscienza di questo dramma italiano sottovalutato da tutti i politici e  pseudo-politici dal dopoguerra ad oggi.

Sempre nel caso, si eviti di festeggiare una vittoria per un film che rappresenta il peggio dell’Italia e che costringe molti  italiani onesti e imprenditori onesti a vivere nell’inferno delle cosche e del pizzo; una realtà che li relega al ruolo di  schiavi moderni negando una vita normale, senza aspirazioni e senza futuro per loro stessi e le famiglie.


“Il padrino” ha vinto un’ oscar parlando di mafia in maniera molto cinematografica a volte caricaturale; ma qui si parla della reale situazione del mezzogiorno e dell’Italia  messa in ginocchio da criminali, da ignoranza, dalla carenza di ogni valore sociale e dalla totale amoralità: le peggiori qualità che l’uomo possa esprimere.


….e tutto questo succede veramente nel nostro paese. No, non ci sarà da festeggiare!!!

 

L.N. Melma.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Repubblica.it >>

Arrestati sette presunti affiliati al clan guidato dal superlatitante Giuseppe Setola
riuscito a fuggire. In carcere anche uno degli interpreti del film tratto dal libro di Saviano


Nuovo blitz contro i casalesi arrestato un attore di “Gomorra”
 


CASERTA
- Si è concluso con sette fermi e tre ricercati l’operazione coordinata dalla Dda di Napoli, scattata all’alba di oggi nei confronti di presunti affiliati o fiancheggiatori della fazione del clan dei casalesi, ritenuta formata da scissionisti della fazione capeggiata da Francesco Bidognetti, detto “Cicciotte e mezzanotte”, e attualmente guidata dal superlatitante Giuseppe Setola.