Rassegna stampa “Il meglio della rete”: Tutti gli articoli pubblicati

DAL NOSTRO INVIATO

IL CASO
Noemi Letizia fa la star a Porto Rotondo «Perché qui? :- È un bel posto -: »
La 18enne di Casoria e la vacanza nei dintorni di Villa Certosa: non capisco il clamore, basta assedi

PORTO ROTONDO (Olbia-Tempio) — La Sardegna è così grande: Villasimius, Arbatax, Palau. Perché venire proprio qui, a Porto Rotondo, in faccia a Villa Certosa? «Scusate, che male c’è, il posto è bello…», risponde lei candida come la mozzarella che addenta. Noemi Letizia, seduta a un tavolo del BluBeach, spiaggia di Marinella, è in compagnia dei suoi amici napoletani, Raffaele, Chicco, Francesca e Roby Zenit, «pierre» dell’Hollywood di Milano. La ragazza, biondissima, 18 anni compiuti ad aprile con festa a Casoria e visita a sorpresa di Berlusconi, sorride dietro un paio d’occhialoni da sole stile Jackie, poi s’aggiusta il pareo di tulle bianco sotto cui s’intravede un bikini da urlo. Quel Capodanno del 2008 a Villa Certosa è lontanissimo.


Sospira, l’aspirante showgirl: «Dai, togliete l’assedio, ci rivediamo a settembre. Tutto questo clamore non lo capisco, i giornali scrivono tante cose di fantasia, pure che avrei un nuovo fidanzato. Non è vero, sono single. Sto in vacanza per i fatti miei, questa è la verità, sono venuta in barca da San Teodoro con la mia amica Francesca. Punto e basta, non voglio recare disturbo a nessuno…». Tutt’intorno, però, è un ronzare di Nikon. A tre metri di distanza, steso su un lettino, ci sarebbe pure il primogenito di Umberto Bossi, Riccardo, ma i paparazzi si concentrano solo su di lei e Noemi di sicuro non si nasconde. Pippo il dj mette la musica a palla e urla al microfono: «Ecco a voi l’unica donna al mondo che si permette di chiamare Papi il Presidenteeee…». Dalla spiaggia si leva un’ovazione, lei alza le mani in segno di saluto, mentre da un tavolo vicino parte il gioco più in voga, di questi tempi, sulla Costa Smeralda: i gavettoni col Moët-Chandon (e Noemi posa con una «magnum»). La vacanza è a ciclo continuo, si parte alle tre del pomeriggio: spiaggia, pranzo, aperitivo, poi discoteca (l’altra sera al Country, ieri notte al Pepero) fino alle sei del mattino, con i cornetti caldi in piazzetta. Infine, ritorno nella villa del manager Dario Sepe che li ospita. Qualche ora di sonno, poi di nuovo al Blubeach. La Certosa è lontana.

Fabrizio Caccia
20 agosto 2009

Da Corriere del Mezzogiorno

Pozzano, il tunnel senza uscita «Lavori in corso» da ben 27 anni.  L’opera avanza di 50 centimetri al giorno.

Progetto dell’82. Il governo: «Tempi imprevedibili»,  ma per il traforo del monte Bianco bastarono 6 anni !!!

NAPOLI — L’ho visto da ragazzino, quando s’andava tutti a Sorrento nella macchina di papà. L’ho visto da adole­scente, quando a Sorrento ci si andava sui cinquantini evitando rigorosamen­te l’autostrada. L’ho visto da ragazzo, quando a Sorrento ci si andava per por­tare a cena le ragazze. L’ho visto da adulto, quando a Sorrento ci si andava per scrivere un pezzo sul traffico del weekend. L’ho visto sempre. Ma non l’ho attraversato mai. Ché il tunnel di Pozzano, quella galleria proget­tata per «rendere più scorrevo­le » il traffico sulla Sorrentina, è lì dal 1982. Come se l’enor­me talpa che doveva scavar­lo fosse caduta in letargo. Come se sessanta e pas­sa milioni di euro non fossero sufficienti. Co­me se quel cartello che annuncia «lavo­ri in corso» non fosse un’offesa a chi lavora dav­vero. È affisso davanti al can­tiere da ventiset­te anni. Pensare che ne sono ba­stati sei per il traforo del Monte Bianco, dieci per quello del San Gottardo, appena quattro per il tunnel di Laerdal, la galleria stra­dale più lunga del mondo. Il pro­fessor Vincenzo Ferro, uno dei massimi esperti in costruzione di tunnel (lavorò nel traforo del Bianco dopo l’incen­dio del 24 marzo 1999) e all’epoca consulente del­­l’Anas, il 29 luglio 2004 dichiarò al Corriere del Mezzogiorno: «Il pun­to di riferimento più valido per Pozza­no è quello del Fréjus». Peccato che per quella galleria siano stati bastati cinque anni.

Il primo scavo - La storia del tunnel che non vede mai la luce inizia nel 1982. Ed è così vecchia che — tra cambi di leggi, mo­difiche di competenze, accorpamenti e scorpori vari dei ministeri — qual­che documento dell’epoca è andato an­che perduto. L’idea di realizzare una galleria destinata a bypassare quel tratto della Sorrentina che co­steggia gli stabilimenti balnea­ri, per la verità, era maturata già alla fine degli anni Set­tanta, quando si iniziò a studiare una soluzione che collegasse di­rettamente Castellammare di Sta­bia a Seiano. Era la cosiddetta «variante di Pozzano». E le ope­re, spiega il ministero della Infra­strutture, «furono avviate nel 1982 con i finanzia­menti dello Stato». E poi? E poi più nulla. Un buco ne­ro. Scrive il ministero nel suo appun­to interno: «I lavori hanno subito una lunga serie di sospensioni, fino a quan­do nel 1996 sono stati definitivamente bloccati per problemi sollevati da due società». Ma cos’è accaduto in quei 14 anni trascorsi dal primo scavo? Chi s’è messo di traverso alla realizzazione del tunnel? E perché? I «chi», per la ve­rità, sono due, visto che agli scavi si oppongono sia la Circumvesuviana che la Scrajo Terme. La prima perché «sollevava problemi in ordine all’inter­ferenza con la vicina galleria ferrovia­ria », i proprietari delle terme perché «convinti che gli scavi pregiudicasse­ro le sorgenti presenti a poca distanza dal tracciato». È con queste obiezioni che deve fare i conti l’Impregilo, socie­tà cui sono affidati i lavori. Il progetto viene rielaborato alla luce dei rilievi, ma gli ostacoli non finiscono qui. C’è n’è uno, terribile, che purtroppo deve ancora arrivare.

Nove anni di stop - Dieci gennaio 1997, un venerdì, giorno di San Aldo. Un’enorme massa di terreno si stacca dalla montagna di Pozzano e frana sulla strada statale tra­volgendo auto e persone. Si conteran­no, alla fine, quattro morti e 22 feriti, alcuni dei quali ripescati in mare. E co­sì, dopo le pastoie burocratiche, le inefficienze, le opposizioni locali, ades­so è una tragedia a fermare i lavori. Che si interrompono la sera di quel dieci gennaio. E non ripartiranno per altri nove anni. È il secondo buco nero della storia. Cosa accade dal 1997 al 2006? Perché dal giorno della frana— quando l’Impregilo aveva già realizza­to 2.700 metri di gallerie — si ferma tutto? Accadono tante, tantissime co­se. Il cantiere, innanzitutto.Dopo quat­tro mesi di stop forzato causa trage­dia, giace abbandonato a sé stesso. Tanto che il sindaco di Sorrento, Raffa­ele Attardi, il 27 febbraio 2001 lancia una proposta: «L’estate s’avvicina, e vi­sta l’emergenza rifiuti utilizzerei la gal­leria di Pozzano come sito di stoccag­gio ». Bel salto, non c’è che dire: da me­gatunnel a megadiscarica. Il 2001 è an­che l’anno in cui, per effetto di un de­creto legislativo (il numero 112 del 1998) la gestione della viabilità passa dall’Anas alla Regione Campania, che a sua volta devolve le competenze alla Provincia di Napoli (che classificherà la strada come provinciale). Un anno dopo, il viceministro Ugo Giovanni Martinat s’interessa al caso dopo le sol­lecitazioni di Luigi Bobbio (ex pm anti­mafia e all’epoca senatore della Repub­blica) e convoca il commissario di Go­verno. Il 31 ottobre dello stesso anno il Cipe sblocca 322 milioni di euro per il «potenziamento della viabilità regiona­le e provinciale». Sembra tutto pronto per ripartire. E invece no. Perché l’Anas, nel frattempo, dopo i «lunghi ri­tardi» ha rescisso il contratto con l’Im­pregilo, e dunque c’è da fare un’altra gara. Visto che un intoppo deve pur es­serci, eccolo servito: «La Regione ha tardato nell’emettere il prescritto pare­re per il conferimento dell’appalto con­corso». Siamo nel 2005. E alla fine la gara — quando sono or­mai passati già 23 anni da quel 1982 — se l’aggiudica un’associazione tempora­nea d’imprese di cui fanno parte la capogruppo Busi impianti , la Torno internazionale , la Società inter­nazionale gallerie (Sig) , la Ellemme im­pianti e i gruppi di progettazione Ita­ca , Technodata e Lombardi Reico.

L’opera «imprevedibile» - La cifra stanziata per i «lavori princi­pali » è di oltre 52 milioni di euro, l’«importo totale» supera i 65. E, il 25 gennaio dell’anno di Pozzano 2006, i lavori vengono finalmente consegnati alle imprese. Tempo previsto per l’ulti­mazione: 1096 giorni. Data di conse­gna: 24 gennaio 2009. E allora perché ad oggi 9 giugno 2009 di quell’opera non c’è traccia? Perché (vedremo poi) l’avanzamento dei lavori è pari nem­meno alla metà del progetto comples­sivo? Ecco come il ministero spiega la vicenda: «Ulteriori problemi insorti hanno fatto slittare i tempi di ultima­zione (…). Una delle criticità principali è rappresentata dal malcontento della comunità di Vico Equense e, in partico­lare, delle associazioni di albergatori e ristoratori che ritengono l’opera dan­nosa per l’economia del territorio (…). Allo stato attuale sono emerse ulterio­ri criticità». Quali? «L’interdizione dal­l’esecuzione dei lavori della Sig , man­dante dell’Ati in quanto in possesso della qualificazione per gli scavi in gal­leria ». L’11 giugno scorso, la società ha dichiarato lo stop delle attività in seguito a un provvedimento interditti­vo emesso dal prefetto di Napoli Ales­sandro Pansa per la mancanza dei re­quisiti antimafia, in riferimento a due vicende giudiziarie che hanno coinvol­to il consigliere regionale Vittorio Insi­gne (padre dell’amministratore della società). «Fatti per i quali è stato assol­to », ha spiegato il suo difensore, l’av­vocato Enzo Maiello. Il 16 giugno, nel frattempo, gli operai della Sig impe­gnati nella realizzazione della galleria hanno ricevuto la lettera di licenzia­mento. E i lavori si sono bloccati. Un altro stop. Accade da 27 anni, per que­sta variante lunga 5 chilometri e 136 metri. Calcolati dal 1982 ad oggi, i lavo­ri procedono al ritmo di 190 metri l’an­no, praticamente 50 centimetri al gior­no. Il sito dell’Anas continua a riporta­re come data di «ultimazione previ­sta » quella 24 gennaio 2009, eppure i dati sono aggiornati al 18 giugno 2009, cioè cinque mesi dopo la previ­sta chiusura di quel cantiere ancora aperto. La data vera, quella reale, be’ quella resta un mistero. Ecco cosa scri­ve il ministero delle Infrastrutture in un documento interno riservato: «I la­vori di scavo, con un avanzamento pa­ri al 50% del progetto complessivo, ri­sultano interrotti. E non è possibile fa­re previsioni circa la loro ripresa e la conclusione dell’opera».

Gianluca Abate

Dal sito dei Radicali - sede Lazio

Mondiali di nuoto, medaglia d’oro alla partitocrazia 

 

(il progetto in foto, nonostante i 400 milioni di euro spesi, non sarà mai realizzato! Vi consigliamo questo link del comitato civico entroterra uno.)

Se il medagliere non risulta particolarmente ricco, di certo l’Italia si è distinta per gli scandali che hanno accompagnato i mondiali di nuoto di Roma. L’evento, che avrebbe dovuto portare prestigio e turismo a Roma, si è rivelato un vero e proprio flop. Dai progetti faraonici di nuovi impianti, si è dovuto presto ripiegare all’angusto Foro Italico. Scandalizzano i 400 (ma c’è chi parla di 600) milioni di euro buttati al vento per cinque maxi impianti dove la parte del leone era fatta dal nuovo Palazzo dello Sport progettato dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava che avrebbe dovuto essere completato in due fasi: entro i Mondiali la parte del nuoto, l’anno dopo l’impianto della pallavolo: niente di tutto ciò !

 

Nel frattempo, si viene a scoprire che i finanziamenti hanno favorito la nascita di decine di piscine private contando anche su molte deroghe edilizie ed urbanistiche. Proprio questo fermento edilizio ha portato la magistratura a volerci vedere chiaro: molti di questi impianti, attualmente sotto sequestro, sono beneficiari di deroghe edificatorie, nonostante fossero localizzati in aree vincolate. In buona sostanza, sono stati autorizzati interventi in aree inammissibili e l’ipotesi è quella dell’illecito amministrativo. Se a tutto questo si aggiunge che 400 milioni di euro sono stati letteralmente gettati al vento per opere ormai inutili, si capisce bene come ci siano tutti gli ingredienti per una tangentopoli bis, a livello capitolino, ma non solo. 

Di questa vicenda, ciò che veramente colpisce è il clima surreale, il silenzio che ha contraddistinto i media, soprattutto, le televisioni di Stato che hanno taciuto la notizia. Quando ne hanno dovuto parlare a seguito dei sequestri hanno relegato le notizie in frettolose cronache locali. Questo è un problema di ordine eminentemente politico. La partitocrazia, che tutto muove e controlla, media compresi, è la nemica principale di qualsiasi possibilità di verità e di informazione. Un sistema consociativo, che si fonda sul continuo scambio dei ruoli tra maggioranza e opposizione e rende conseguentemente impossibile l’emergere di alcunché. 

Alcuni esempi chiariranno i motivi dell’omertà della politica. 

Il primo gigantesco scandalo dei mondiali di nuoto di Roma sta nella definizione delle opere, la cui responsabilità ricade interamente sulla precedente giunta Veltroni, che decise di realizzare il palazzo del nuoto affidato a Santiago Calatrava, che per dimensioni e costi non sarebbe mai stato completato in tempo utile per i giorni delle gare. Anche senza la (colpevole) cancellazione da parte del nuovo sindaco Alemanno, il faraonico impianto non sarebbe stato pronto e si era già deciso di ripiegare su un suo ruolo secondario rispetto al Foro Italico. Soldi buttati in partenza quindi.

Il secondo scandalo è quello di aver dato uno spazio inaudito alle strutture sportive private: impianti privati che hanno beneficiato di deroghe spesso inspiegabili e contrastanti con lo stesso Piano Regolatore.

Con queste premesse è del tutto evidente che l’attuale opposizione avendo combinato il pasticcio non ha alcun interesse a denunciare lo scandalo: denuncerebbe se stessa! D’altro canto l’attuale maggiornaza di centrodestra poco può puntare il dito, visto che siamo arrivati a questo punto anche grazie all’immobilismo della Giunta Alemanno, che, anzi, qualche giorno fa, per tentare di cancellare le forzature compiute dagli impianti privati, fa votare al Consiglio comunale un ordine del giorno che arriva ad affermare: «Impegna il Sindaco e la Giunta a superare le problematiche che possono condizionare il potere del Commissario delegato (…) prestando, nel rispetto della legge e delle ordinanze del Presidente del Consiglio, l’intesa necessaria a realizzare interventi in deroga alle vigenti previsioni urbanistiche e al vigente regolamento edilizio». Ciò significa che «attraverso le intese» si cercherà di sanare a posteriori opere private eseguite in modo non conforme alla legge.

È la ferrea gabbia partitocratica che impedisce l’emergere del letamaio e mette a rischio lo stesso funzionamento dello Stato e l’eguaglianza dei cittadini; di fatto chi fa il furbo, magari con soldi e appoggi pubblici, viene sempre “sanato” dalle sue responsabilità, perché tutto continui come sempre e come prima.

Radicali di Sinistra del Lazio
Email:
radicalidisinistra.lazio@gmail.com

 

Beppe Grillo è un serial killer? Un pedofilo, scippa le vecchiette, fa appalti truccati, è stato beccato in gabinetto con una mazzetta? No, Beppe Grillo è il più famoso comico italiano che, part time, da qualche anno fa anche politica, o meglio, esprime liberamente il suo pensiero nelle piazze o nei palacirchi dove si esibisce nei suoi spettacoli d’arte varia, ivi compresa la retorica e l’invettiva. Fa spettacolo e satira con notizie che la maggioranza degli italiani ignora, a volte le cucina in modo sublime, altre volte le condisce in modo esagerato, ma è documentato più di un ottimo giornalista e con qualche etto di cervello in più. Esagera, ma esagerare è il suo mestiere. Ha idee, e in Italia è un miracolo. Fa il tribuno: qui, questione di gusti. È un po’ aizzapopolo, e vabbé. Ma per quale carciofo di motivo non avrebbe il diritto d’iscriversi al Partito Democratico?

La sinistra di una volta sarebbe stata fiera d’arruolarlo fra la propria gente. Questa (che non è più sinistra) ha fifa. Come altro chiamarla? E per non cadere nella trappola di un comico, il Pd ruzzola nel ridicolo. Tanto da dichiarare “No a Grillo, siamo un partito serio”. Un partito davvero serio e democratico (quindi capace anche d’autoironia) l’avrebbe accolto a braccia aperte sia in Sardegna che a Canicattì. Non sarebbe ricorso a mezzucci burocratici e battutine da brontosauri. Mi duole che persino Bersani abbia pontificato che “Il partito non è un autobus sul quale salire e fare un giretto”. Battuta, appunto, da dopolavoro ATAC. E comunque un giretto di Beppe Grillo nel partito sarebbe sempre stato meglio di rimanere fermi come statue del Pincio.

È il solito vecchio problema: fra la comunicazione e il centrosinistra c’è un baratro. Berlusconi avrebbe girato la provocazione a suo favore, Fassino si spara sui piedi: “Noi siamo un partito di gente per bene e seria, non ci prestiamo a provocazioni puramente mediatiche e di spettacolo”. Una dichiarazione che fa quasi tenerezza ma anche spanciare dalle risate, perché un PD che ha fra i suoi dirigenti lo stupratore di Roma (per carità, succede nei migliori partiti) due giorni dopo averlo appreso, dovrebbe esprimersi con maggiore cautela, inoltre un grande comico nobilita e non squalifica, scherziamo? Ma la fifa è cattiva consigliera, e la prosopopea dei brontosauri del Pd peggiora la loro miopia politica. È come se D’Alema e company vestissero ancora con i pantaloni a zampa d’elefante. Sono fuori epoca. Risultato? Grillo può comodamente dichiarare: “Poverini… basterebbe che si trovassero un altro lavoro, almeno il vertice del Pd, e lasciassero andare avanti milioni di persone che vogliono cambiare”.

Sarebbe bastato invece così poco…Franceschini, Bersani, Fassino, avrebbero dovuto dichiarare: “Siamo orgogliosi che un artista italiano, un comico internazionale che oggi ha uno dei blog più letti al mondo, abbia richiesto la tessera del nostro partito. Tutte le volte che siamo stati bersaglio della sua satira non avevamo mai dubitato che il Pd era la sua vera casa. Benvenuto anzi, bentornato Beppe!”. Ma dichiarazioni così le possono rilasciare solo personalità trasparenti, politici “invisibili”, uomini al servizio della democrazia e del bene comune. In fondo, che Grillo volesse candidarsi alla segreteria del Pd non era nemmeno una notizia da prima pagina. Questi sono riusciti a servirgli uno scoop di proporzioni gigantesche. E adesso si spaccheranno fra falchi e colombe, invece di occuparsi di problemi gravi, come la Lega che sta “militarizzando” il nord nel silenzio complice del governo e imbarazzante del partito di cui sopra, per il quale il massimo dell’opposizione è opporsi a Grillo. Non ci si crede. Erano meglio i comunisti che si mangiavano i bambini, questi sono bambini che si sono divorati la parte migliore del comunismo.

 

scandaloitaliano

Così si chiama il blog che tratta di uno dei più grossi scandali italiani: Il portale del turismo. Riportiamo l’introduzione al blog. Se volete saperne di più su questa ignobile vicenda, visitate “scandaloitaliano”.

Melma.it

45 58 milioni di euro investiti da incompetenti in incompetenza.

Questo è il webmostro italico www.italia.it - Portale Nazionale del Turismo italiano, da poco inaugurato sotto l’egida governativa dopo quasi tre anni (il progetto è stato varato il 16 marzo 2004) di spasmodica attesa.

Questo blog, aperto al contributo di tutti i professionisti del multimedia italiano, nasce per motivare meticolosamente, analiticamente, punto per punto perchè www.italia.it - il sito da 45 58 (quarantacinque cinquantotto) milioni (milioni) di euro (di soldi pubblici) - è un portale mal progettato, mal realizzato, mal scritto, e che grida vendetta nel suo essere scandaloso spreco di denaro pubblico, nonché un’offesa alla competenza e alla professionalità dei lavoratori del web italiano.

LINK: http://scandaloitaliano.wordpress.com/ 

La Terra è consumata, nel 2030 ce ne serve un’altra

Pubblicato da admin in data Ottobre 30th, 2008

Presentato a Londra il Living Planet Report 2008 sulla salute del pianeta

La domanda sulle risorse del pianeta supera del 30%  la sua capacità rigenerativa

DA CORRIERE.IT>>>
MILANO -
La Terra non sta bene; uomini, animali e piante neanche. Secondo il “Living Planet Report 2008″, “check up” biennale fatto da ricercatori del Wwf e altre organizzazioni scientifiche, presentato a Londra, «entro il 2030 avremo bisogno di due pianeti per soddisfare il fabbisogno dell’umanità di beni e servizi». La domanda globale sulle risorse della Terra supera infatti del 30% la capacità rigenerativa di quest’ultima. Più di tre quarti degli abitanti del pianeta vivono in nazioni che sono debitrici ecologiche, dove cioè i consumi nazionali hanno superato la capacità di risorse naturali del paese. Il rapporto si basa, tra l’altro, sulla misurazione dell’ “impronta ecologica”, un’unità che misura la domanda dell’umanità sulla biosfera, in termini di superficie di terra e mare necessarie sia alla produzione delle risorse che le persone utilizzano, sia all’assorbimento dei materiali di scarto generati.

CORSA CON GLI OCCHI BENDATI - La crescita demografica, e quella dei consumi individuali, hanno fatto sì che negli ultimi 45 anni la domanda dell’umanità sul pianeta sia più che raddoppiata. Ancora nel 1961 quasi tutti i paesi del Mondo possedevano una capacità più che sufficiente a soddisfare la propria esigenze interna. Nel 2005 la situazione è cambiata in modo radicale: molti paesi possono soddisfare i loro bisogni solo importando risorse da altre nazioni e utilizzando l’atmosfera del Pianeta come discarica di anidride carbonica e di altri gas serra.

LA BOLLA AMBIENTALE -
Viviamo al di sopra delle nostre possibilità in una “bolla” ambientale che, a differenza di quella finanziaria, è più difficile da nascondere. Qui non si parla di futures, derivati od opzioni, ma di aria e di acqua, di grano e di riso. «A livello mondiale, durante l’ultimo anno il prezzo dei raccolti ha raggiunto vertici da record - ha scritto James P. Leape, direttore generale di Wwf International - in gran parte a causa dell’aumento della domanda di cibo, mangimi e biocombustibili e della continua diminuzione della risorsa idrica». La natura non accetta carte di credito: chi era povero diventa miserabile, chi aveva poco da mangiare, torna a morire di fame.

USA E CINA CONSUMANO OLTRE IL 40% DELLE RISORSE - Il consumo generale dell’umanità ha superato la biocapacità totale della Terra per la prima volta negli anni 80, e questa tendenza ha continuato a crescere. Ma ovviamente non tutti contribuiscono a questo trend nella stessa misura: Stati Uniti e Cina utilizzano, ciascuno, il 21% della biocapacità del pianeta. Il consumo procapite della Cina è molto più basso di quello registrato negli Usa, ma la popolazione è anche quattro volte superiore. Nei valori pro-capite gli statunitensi mantengono infatti il primato assoluto di grandi “divoratori” del pianeta, richiedendo una media di 9.4 ettari globali, come dire, che ciascun americano vive con le risorse di circa 4.5 pianeti Terra.

L’ITALIA E’ IL QUARTO PAESE AL MONDO PER CONSUMO DI ACQUA - Il nostro paese è al 24esimo posto nella classifica delle maggiori impronte ecologiche sul pianeta, su oltre 180. Non è una buona posizione: significa che consumiamo ben più di quanto le nostre risorse interne ci consentirebbero di fare. Viviamo “in debito”. L’impronta ecologica pro capite dell’Italia è 4,8: significa che ogni italiano consuma risorse tre volte in più del quantitativo che il nostro territorio mette a disposizione. Per quanto riguarda l’impronta idrica, l’Italia si trova al quarto posto nella classifica mondiale riguardante l’impronta idrica del consumo, che costituisce il volume totale di risorse idriche utilizzate per produrre i beni e i servizi consumati dagli abitanti della nazione stessa (questo indicatore è costituito da due componenti e cioè l’impronta idrica interna, che è composta dalla quantità di acqua necessaria per produrre beni e servizi realizzati e consumati internamente al paese, e dall’impronta idrica esterna, che deriva dal consumo delle merci importate e calcola, quindi, l’acqua utilizzata per le produzioni delle merci dal paese esportatore). L’Italia è quindi al 4° posto con un consumo di 2.332 metri cubi pro capite annui (dei quali 1.142 interni e 1.190 esterni). Davanti a noi abbiamo, nell’ordine, solo Usa, Grecia e Malesia.

INVERTIRE LA ROTTA - Se il Living Planet Report 2008 descrive una Terra malata, e abitata da uomini limitati, indica anche coordinate per poter invertire questa rotta, che al momento sembra puntare serenamente verso il naufragio. «Non è troppo tardi per evitare una recessione ecologica - ha osserva James P. Leape - ma bisogna cambiare l’attuale stile di vita e indirizzare le nostre economie verso percorsi più sostenibili». Consumare meno e meglio, soprattutto il nostro mondo “avanzato”, «fermo restando - scrive il rapporto - che lo sviluppo tecnologico continuerà a rivestire un’importanza vitale nell’affrontare la sfida della sostenibilità».

La Casta dei giornali

Pubblicato da admin in data Ottobre 26th, 2008

La Casta dei giornaliI tagli ai costi della Casta sono nel DNA della Mondadori, di RCS, del Sole 24 Ore e dell’Espresso-La Repubblica. Gruppi di punta del risanamento italico. L’importante, però, è che i tagli non li riguardino. Berlusconi, De Benedetti, la Confindustria e il “salotto buono” di RCS si fanno pagare i costi del telefono, della luce e dei francobolli per le spedizioni. Hanno un’IVA scontata e, se gradiscono, finanziamenti agevolati. Sono contento. I più ricchi imprenditori italiani lo sono un po’ anche per merito nostro. Quando lo psiconano leccherà un francobollo gratis per spedire Panorama e il liberal distruttore della Olivetti non pagherà la bolletta della luce penseranno a noi con affetto sincero.

“Per quello che riguarda i contributi indiretti, solo per le spese telefoniche, elettriche e postali, per la carta (a 495 «imprese editrici di quotidiani, periodici e libri») e per la riqualificazione professionale, lo Stato avrebbe dunque “rimborsato” in un solo anno 450 milioni di euro. Ne hanno beneficiato tutte le aziende editoriali, ma di fatto in misura più consistente i giornali a più alta tiratura.
La FIEG calcolava in 270 milioni, nel 2006, la sola “compensazione” per le agevolazioni postali in abbonamento versata dallo Stato a Poste Italiane S.p.A., attribuendoli nella misura di 100 milioni alle pubblicazioni no profit, di 48 ai quotidiani e di 120 ai periodici. In effetti le agevolazioni postali sono costate 303 milioni nel 2005 e 299 nel 2006, secondo il calcolo ufficializzato nel luglio 2007 dal presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato Antonio Catricalà, rendendo pubblica un’indagine dell’Antitrust sul mercato dell’informazione (quotidiani, periodici, TV, nuovi media, ecc.). 7.124 le testate complessivamente sostenute, compresi il settore no profit (104 milioni) e gli editori di libri (25 milioni).
Circa 80 milioni risultavano assegnati a soli dieci editori: 18 milioni e 887 mila alla Mondadori, 17 milioni e 822 mila al Sole 24 Ore, 13 milioni e 753 mila alla RCS, 6 milioni e 966 mila alla San Paolo, 4 milioni e 689 mila al gruppo Espresso-Repubblica, 3 milioni e 603 mila all’Avvenire, 2 milioni e 996 mila a Conquiste del Lavoro, 2 milioni e 581 mila alla De Agostini, 2 milioni e 536 mila all’Athesia Druck, 2 milioni e 415 mila alla Stampa. All’undicesimo posto la Hachette Rusconi, con 2 milioni e 300 mila.
Più in generale, l’Antitrust rilevava che le agevolazioni postali «non hanno costituito una misura efficace per sviluppare degli abbonamenti e finiscono invece col favorire Poste Italiane, unico soggetto presso cui è possibile ottenere i benefici, ostacolando lo sviluppo di una piena concorrenza nei servizi di recapito» (un po’ quello che per decenni è avvenuto complessivamente per le provvidenze all’editoria gestite dall’Ente Cellulosa e Carta, dalle quali gli unici a guadagnarci erano i produttori di carta).
Questa specifica e ormai costosissima agevolazione fu concepita o solo giustificata per agevolare il superamento dello storico squilibrio italiano fra quotidiani venduti in edicola e quotidiani venduti per abbonamento, a causa della proverbiale lentezza delle nostre Poste regie e repubblicane.

Nel frattempo le Poste sono diventate S.p.A. Ma questa trasformazione societaria e la dispendiosissima “compensazione” statale non hanno sortito alcun effetto. Anzi, a parere dell’Antitrust, hanno concorso a strutturare un altro grosso centro di rendita privilegiata (per quanto S.p.A.), e un impedimento alla creazione d’una logica di mercato e di concorrenza nel settore di cui avrebbero potuto godere i giornali. Oltre ad assicurare una notevole mancata uscita ai grandi gruppi editoriali.
Sono poi soprattutto i grandi gruppi, i grandi giornali e le testate ad alta tiratura a beneficiare del cosiddetto regime speciale “monofase” di applicazione dell’IVA. All’editore, «quale unico soggetto passivo», è consentito di versare un’aliquota agevolata del 4% sulla vendita di libri, quotidiani e periodici, ma tale agevolazione viene estesa ad alcuni prodotti – libri, dvd, videocassette Vhs, giocattoli, ecc. – venduti in allegato alle pubblicazioni. Non esistono dati sulle dimensioni economiche complessive di questo mancato introito per l’erario, né dei danni subiti dagli operatori commerciali di fatto concorrenti non gratificati della stessa agevolazione. Ma se si considera che la tariffa applicata nei normali canali di vendita è del 20% e se si dà solo un’occhiata alle edicole (spesso veri e propri supermarket-librerie-giocattolerie), se ne può ricavare l’idea che si tratti di un privilegio economico, specie per un’editoria popolare dai grandi numeri, di notevole entità.
E non basta. Ci sono da mettere nel conto anche i finanziamenti «per il credito agevolato e il credito d’imposta in relazione agli investimenti fissi di ristrutturazione e ammodernamento della capacità produttiva». Che nel solo 2004, come abbiamo visto, ci sono costati 11 milioni e mezzo.” Beppe Lopez, La Casta dei giornali, ed. Nuovi Equilibri/Stampa Alternativa

Da Beppe Grillo -  La Casta dei giornali >>>>>

Università, il business dei laureati precoci

Pubblicato da admin in data Ottobre 26th, 2008

Sono cresciuti in un anno del 57 per cento. La metà negli atenei di Siena e Chieti

 

Da corriere.it >>>>

Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l’America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l’università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati.

È l’accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell’Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C’è di più: stando al rapporto 2007 sull’università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l’alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme.

Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146˚ posto e Padova al 189˚? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell’ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c’è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l’Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D’Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta.

Numeri alla mano, risulta che dall’ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un’omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol- Myers…), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell’anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all’ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà.

Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l’Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell’amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro.

Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d’esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un’innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all’italiana, devastante.

Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l’autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili.

Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l’offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un’associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c’è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d’oro, siore e siore, occasioni irripetibili».

Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell’argine eretto dal predecessore della Gelmini, c’è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall’anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l’Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell’ambito dell’anno accademico 2006-2007».

Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell’ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l’università telematica legata al Formez, l’ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati.

Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l’unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all’Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l’altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c’era lei l’altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po’ troppo. O no?

La meritocrazia affonda! Bene, bravo ma scelgo un altro!

Pubblicato da admin in data Ottobre 21st, 2008

di Sabina Minardi da l’ Espresso >>

In Italia il merito non viene premiato. Nella scuola. Come pure nella vita professionale. In uno studio la diagnosi impietosa dei 50 migliori laureati italiani

Quell’estate passata sui test di Medicina per finire ammesso alla facoltà di Giurisprudenza. E quella volta che i compagni copiarono e presero per beffa un voto più alto. Il professore che dava 30 e lode a chi per tutto l’anno faceva sì dai primi banchi. E l’esame che era un terno al lotto solo per tenere alta la fama del docente.Non è un paese per bravi. Lo sapevamo, ma ora arriva una nuova conferma. E non da sfaticati cronici inclini alle giustificazioni. Ma dai più bravi di tutti: i 50 migliori neolaureati italiani selezionati dalla scuola di specializzazione Alma Graduate School di Bologna, in occasione del Best 2008 (Bologna Experience for Superior Talents), l’iniziativa che assegna cinque borse di studio ai più talentuosi in assoluto. Ragazzi di 23-24 anni che il merito lo hanno visto riconosciuto e premiato. E che per questo hanno la credibilità necessaria a un resoconto ancora più disincantato.

Il risultato è l’indagine ‘Il merito e le regole’: fotografia di un’eccellenza di giovani, diversi per provenienza e per studi, concordi però sul fatto che il sistema formativo valorizzi poco o per nulla il merito. Che un mix di furbizia e accondiscendenza verso il docente siano più utili dell’effettiva preparazione. E che l’intero sistema dell’istruzione sia poco trasparente.

“Che in Italia il merito non sia un valore di riferimento è cosa nota”, dice Massimo Bergami, docente di Organizzazione aziendale e direttore della Scuola: “Ma la situazione non è così generalizzata: ci sono ambiti nei quali la creatività, il talento, la capacità di innovare trovano il modo di imporsi. Nel sentire comune, tuttavia, il merito è poco valorizzato. Ed è necessario riportarlo al centro dell’attenzione. Servono regole chiare: se sono esplicite sin dall’inizio, fisse, tutto funziona. Ma se non ci sono, o sono troppe, o non trasparenti, è normale che si ricorra alle scorciatoie. Con un senso di ingiustizia per tutti”.

Raccomandazioni, favoritismi, meccanismi baronali nella costruzione delle carriere. La cultura del compromesso si è fatta strada nella società. E ora i ragazzi ne affrontano la convivenza con un gigantesco realismo: contano le raccomandazioni? Decisamente sì per il 58 per cento. Il sapersi arrangiare? Altrettanto: dice l’86 per cento. Obbedire, per fare carriera? Moderatamente per il 28,6 per cento; molto per il 40 per cento; moltissimo per il 14,3 per cento. Nelle aziende sono preferiti criteri di selezione diversi dal merito? Sì, dice il 57 per cento. L’Italia, in generale, è orientata al merito? Per nulla, risponde il 35,7 per cento. Poco, insiste il 45,2.

“Dipende dalle università e dalle facoltà: ma le discriminazioni ci sono, e spesso”, dice Alberto Grimod di Aosta, laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino e tra i 5 premiati: “A me non è mai capitato di viverle, ma mi sento un’eccezione: i ‘figli di’, i raccomandati sono sempre favoriti. Del resto, lo vediamo nel mondo professionale: per perpetuare il potere, chi è al vertice assegna il lavoro senza tenere in gran conto il merito”. L’83,3 per cento degli intervistati sottoscrive: dicendosi d’accordo sul fatto che l’attuale classe dirigente non abbia convenienza ad applicare il criterio del merito. “La meritocrazia non è conveniente”, ribadisce Rita Contini, di Cagliari, laureata in Economia: “Ho visto riconosciuti i miei meriti. Ma ho l’impressione che un’esperienza così positiva non sia tanto frequente”.

Tratto comune, la sensazione di privilegiati, in uno scenario generale di disfunzioni e malcontento. “Ci sono docenti con poca voglia di fare, difficilissimi da cacciare”, racconta Silvia Piovesan, di Castelfranco Veneto, laurea in Economia a Venezia: “In più, i corsi sono troppo brevi per darci il tempo di individuare i più bravi insegnanti, e quelli che potrebbero essere per noi anche dei modelli umani”.

“Io, anzi, ero il più ottimista”, dice Francesco Tarantino, ingegnere informatico di Palermo: “Ma la maggior parte dei miei compagni era demoralizzata. Anche perché copiare nei compiti è un’abitudine diffusa. Si va all’esame tentando la sorte. Ci si presenta con cellulari, libri, fotocopie: al massimo, ti buttano fuori. Ma la punizione finisce lì. E poi è evidente la disomogeneità nei criteri di valutazione da università e università: dai bonus, che in certi casi valgono di più, ai criteri per la lode”.

“È la cultura dell’approccio alla mafia buona”, dice l’ex vicepresidente della Corte costituzionale Fernanda Contri, che ha partecipato alle giornate multidisciplinari del Best: “Un meccanismo contagioso, avvolgente. Con l’aggravante che non c’è atteggiamento negativo verso chi lo pratica. Le regole? Ci sono: a partire dalle garanzie della Costituzione di basi di partenza uguali per tutti. Solo che questi principi sono talmente disconosciuti da apparire privi di significato”.

Lo evidenzia l’indagine: il 70 per cento dice che le regole sono troppe, con troppe deroghe. Dunque, non uguali per tutti. “E non è chiaro come applicarle”, interviene Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss di Roma: “Chi fa le regole non le pratica, anzi le adatta alle sue esigenze. E le progressioni di carriera avvengono in base a considerazioni diverse.

I ragazzi, che vorrebbero essere onestamente valutati perché lo studio è per loro una forma di affermazione sociale, finiscono per nutrire diffidenza”. “Non ho vissuto situazioni di ingiustizia”, dice Maria Scopece, di Foggia, laureata in Scienze politiche: “Ma dall’università mi aspettavo di più. E anche se alla fine i voti sono stati gratificanti, è difficile dirsi davvero valorizzati”.”Non è detto, in effetti, che il criterio dei voti sia il più attendibile”, nota Celli: “Il merito è la differenza tra sapere e non sapere, inventare progetti e realizzarli, ottenere risultati visibili: è la connessione tra quello che dici e ciò che davvero sai fare. L’esperienza insegna che percorsi di studi tormentati danno spesso frutti migliori di carriere limpide”.

Beati saranno quelli che fanno ciò che vogliono? “Me lo chiedo sempre: il vero merito è avere tutti 30 sul libretto o aver finito, a colpi di 18, un percorso di studi che ha appassionato?”, dice Paolo Pintus, laurea in Elettronica a Cagliari: “Ho avuto la fortuna di studiare con docenti giovani, provenienti da tutte le parti d’Italia, con grande voglia di fare. Il dramma è che molti vecchi non danno spazio ai giovani, se non ai nipoti”.

Rassegnati? Non del tutto. Sanno, i nati tra l’83 e l’86, che dovranno contare su se stessi. Che l’asticella delle ambizioni dovrà abbassarsi. Che la crisi economica è un’occasione per ripensare le regole del gioco (”Lo sguardo sulla società è oggi più realistico e responsabile”, dice Bergami: “Gli stessi dirigenti si lamentano della classe dirigente e ne prendono le distanze”). Che un’etica nuova potrebbe imporsi, a partire dai superstipendi: per anni la conferma del prestigio individuale. “Non mi aspetto di guadagnare moltissimo”, dice Michael Grossmann, di Bolzano, laurea in Giurisprudenza a Trento: “Anche perché il merito si nutre di certi valori, non sposa il profitto a tutti i costi”.

È il grande equivoco con il successo, spesso connesso a un’esposizione mediatica che i ragazzi riconoscono slegata dal merito. Il lavoro ideale? Più che uno sicuro, meglio uno interessante. Con buoni rapporti umani. E spazio per il tempo libero. “Bisogna insegnare che le carriere individualiste sono molto pericolose”, dice Celli: “Sottolineare che la capacità di fare gruppo vale molto di più del capitale individuale. E trasmettere l’idea che non si può fare carriera puntando solo su una formazione specialistica, ma sempre di più, in futuro, investendo in fattori ’soft’: cultura, convivialità, estetica”. Il merito riprenderebbe a circolare.

 

 (20 ottobre 2008)

Gomorra in lista per gli oscar del cinema.

Pubblicato da admin in data Ottobre 12th, 2008

Pensate che tristezza sarebbe vincere un oscar per un film, cruento e realistico che descrive la realtà di un’Italia,  soprattutto del mezzogiorno, soffocata e prosciugata da mafia, camorra e n’drangheta.


Nel caso di vittoria si prenda coscienza di questo dramma italiano sottovalutato da tutti i politici e  pseudo-politici dal dopoguerra ad oggi.

Sempre nel caso, si eviti di festeggiare una vittoria per un film che rappresenta il peggio dell’Italia e che costringe molti  italiani onesti e imprenditori onesti a vivere nell’inferno delle cosche e del pizzo; una realtà che li relega al ruolo di  schiavi moderni negando una vita normale, senza aspirazioni e senza futuro per loro stessi e le famiglie.


“Il padrino” ha vinto un’ oscar parlando di mafia in maniera molto cinematografica a volte caricaturale; ma qui si parla della reale situazione del mezzogiorno e dell’Italia  messa in ginocchio da criminali, da ignoranza, dalla carenza di ogni valore sociale e dalla totale amoralità: le peggiori qualità che l’uomo possa esprimere.


….e tutto questo succede veramente nel nostro paese. No, non ci sarà da festeggiare!!!

 

L.N. Melma.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Repubblica.it >>

Arrestati sette presunti affiliati al clan guidato dal superlatitante Giuseppe Setola
riuscito a fuggire. In carcere anche uno degli interpreti del film tratto dal libro di Saviano


Nuovo blitz contro i casalesi arrestato un attore di “Gomorra”
 


CASERTA
- Si è concluso con sette fermi e tre ricercati l’operazione coordinata dalla Dda di Napoli, scattata all’alba di oggi nei confronti di presunti affiliati o fiancheggiatori della fazione del clan dei casalesi, ritenuta formata da scissionisti della fazione capeggiata da Francesco Bidognetti, detto “Cicciotte e mezzanotte”, e attualmente guidata dal superlatitante Giuseppe Setola.